Italia 24/07/2008 - Ethiopia 17 Luglio 2000
Stamattina siamo partiti per Rophi, dopo un’ora circa di viaggio lasciamo la strada maestra e ci incamminiamo verso l’interno, tra campi coltivati a mais e bambini che giocano nella terra con le caprette. La gip che ci conduce a Rophi deve magistralmente “scansare” i muli che hanno in groppa i loro padroncini o fascine di legna. Abbiamo impiegato ancora un’ora e un quarto per percorrere la strada sterrata per Rophi, tra buche, dossi e stagni di fango. Arrivati alla missione sguardi curiosi e disperati ci scrutano. Sono circa 1500 le persone assiepate e in attesa. Un lungo striscione bianco connota il servizio della Caritas austriaca. All’interno l’impatto è forte. Accovacciati a terra circa 700 persone aspettano di essere registrate e visitate dai collaboratori locali che si attivano fianco a fianco con quelli della Caritas e i missionari del posto. Vengono chiamate per nome e cognome e registrati apponendo una metaforica firma con il polpastrello imbevuto nell’inchiostro. Ordinatamente e silenziosamente, con passo quasi ritmato, si avvicinavano al banco di registrazione. Ci sono volute 3 ore e più per questo lavoro di paziente ed estenuante registrazione. I volontari, a gruppi di venti, distribuiscono i sacchi di Famix: una speciale miscela di mais, soia, zucchero, sale iodato, vitamine e minerali sotto forma di farina. Ad ogni persona spettano circa mezzo sacco di Famix. Ai bambini, che sono in totale 3259,ne spettano 4,5 Kg di Famix e 0,5 litri di olio. La stessa quantità viene data ai disabili, agli anziani e alle donne che allattano. Fanno eccezione le donne incinte che ne ricevono 15 Kg. In tutto le persone che rientrano nel progetto della Caritas sono 6518. Fra il brulicare operoso dei volontari e dei missionari un’onda anomala di persone si muove e dà corpo all’evento. Il sole fa capolino dalle nuvole, ma le donne e i bambini seminudi non sembrano avvertire né caldo né freddo. Occhi neri e umidi ci scrutano nella nostra diversità. L’elegante bellezza di questa gente prepotentemente ci salta agli occhi in barba agli stracci che indossano e alla povertà che li devasta. Molte donne, giovani o vecchie che siano, sembrano delle dirette discendenti della regina di Saba; eleganti nel portamento e a piedi nudi sembrano danzare nel tradizionale velo di colore viola dipinto. In testa tutte hanno i capelli raccolti sotto un copricapo fatto di rete nera a forma di trapezio e al centro qualcuna l’ha ornato con una spilla di corallini variopinti. I bambini sono molto belli e hanno ancora la forza di sorridere. Ogni tanto, qualcuno di loro, ci raggiunge incuriosito e ci offre un pugno di famix!!! Dalla piccola chiesa vicina ci arrivano i canti gioiosi e il ritmare del tamburo dei ragazzi del coro. Questa volta siamo noi ad essere molto curiosi e quindi, in chiesa, rimaniamo rapiti e affascinati dal loro modo di pregare e di cantare con la voce, con il corpo e con le mani. Fuori nello spiazzo davanti alla chiesa circondata di fiori ci viene incontro un Abba alto e magro, cordiale ed amichevole; si chiama Giovanni e parla molto bene l’italiano. Infatti è stato missionario per qualche anno in Italia. Insieme commentiamo la situazione della gente di Rophi. Padre Giovanni I.M.C. dice che ora tutto è diverso, anche il paesaggio è cambiato perché è piovuto tanto, mentre i mesi di gennaio, febbraio e marzo sono stati disastrosi. Ogni giorno morivano di fame dai 4 ai 5 bambini e quella che ora è erba verde e fresca era solo un ammasso di sabbia e di terra. Tutti hanno aiutato tantissimo, le suore, i volontari e i medici senza frontiere che resteranno fino ad ottobre per curare i bambini più piccoli da loro scelti secondo il grado di povertà dai 0 ai 5 anni. Hanno lavorato giorno e notte per aiutare questa gente. Sono passate oramai sei ore da quando siamo qui. I crocchietti di folla si disperdono, qualcuno va con il suo prezioso fardello. Le nuvole e il vento si rincorrono mentre una capretta annoiata, sotto il suo albero, assiste noncurante allo spettacolo della vita. Abba Temesgen non è ancora arrivato. Torneremo molto tardi a Shashemane.
Ciao, a presto da Maria, Pina e Roberto.
SITUAZIONE SOCIO-ECONOMICA IN ETIOPIA
Padre Giovanni ci dice che la situazione socio-economica in questa parte dell’Etiopia è molto difficile. I campi che ci hanno accompagnato nel viaggio verso la missione di Rophi sono finalmente verdi e la vegetazione è lussureggiante. “Tutto intorno ora ci sono piantagioni di mais che però non è utile per molto tempo, poiché non si conserva e non ci sono insetticidi e i vermi mangiano tutto. In Etiopia vi è una grande crisi perché il governo chiede concimi per la terra che costa 1000 birr a quintale. Si cerca quindi di far capire loro come usare concime naturale ovvero sterco di mucca. Al governo interessa vendere concime che risorse minerali dalla terra e già indigeni non sono abituati a questo tipo di alimento, quindi soffrono di mal di pancia, vomito, eccetera. Migliorare la situazione della terra. Migliorare il controllo delle nascite e rivalutare il ruolo sociale della famiglia nel villaggio. Gli ospedali governativi a tal proposito distribuiscono pillole per provocare aborti e senza prevenzioni poiché la pillola può provocare tumori. I mussulmani rappresentano il 90 per cento della popolazione, per di più si ramifica la poligamia (ad esempio, 5 mogli, circa 40 bambini). Problema importante a cui l’etiopia deve tener conto è la coltivazione e l’uso del chat (una droga locale) che viene masticata da uomini e donne. Molti abitanti fanno domanda al governo per la terra e molti vanno nell’entroterra dove però c’è la malaria celebrale causata dai moschitos. Il governo non si interessa di nulla infatti il primo ministro dice che l’85 per cento della popolazione sta bene. Loro infatti non vogliono sentire la storia della fame e che si muore per questo. Un giornalista privato aveva provato a dire la verità ma gli è stato consigliato di ritornare e di tacere su quanto visto. La verità è luce e non va negata. Anche per costruire le case è divenuto un problema a causa delle termiti che vi sono nell’infrastruttura in legno e del prezzo del cemento che aumenta che non può essere utilizzato, né per riparare le case e piccole cappelle. In futuro i mussulmani e specialmente in Africa così come in Arabia saranno invase di moschee. I cattolici sono in minoranza e se si chiede un contributo economico per progetti e scuole allora vengono finanziati ma se si dichiarano per la costruzione di una chiesa non arrivano incentivi. La Cina ci ha distrutto, compri con poco e in breve tempo sei costretto a riacquistarlo. Per quanto riguarda le medicine invece i negozi sono indiani. Loro procurano denaro e fanno ritorno a casa. Noi rimaniamo qua cosa facciamo? Le cose elettroniche attirano l’attenzione dei giovani i quali non hanno lavoro e scappano in Arabia. Di quelli che vanno via tornano solo la metà la maggior parte di questi ragazzi sono donne poiché trovano lavoro come cameriere presso le case dei ricchi mussulmani. Le ragazze a causa della cultura dei mussulmani rischiano la vita. Ad esempio, se guardano, se pure involontariamente l’uomo di casa, le fanno diventare ceche purtroppo però ci sono cristiani che diventano mussulmani e dichiarano di aver trovato la libertà, ovvero vivono una vita nuova. Qui in Etiopia c’è la schiavitù della povertà e i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Ad Addis Ababa questo lo puoi vedere dalle costruzioni sfarzose dei burocrati dello stato. Se qualcuno ci pensa non può dormire. Noi facciamo il possibile e quando ne siamo limitati ci resta di pregare e lasciar fare tutto al Signore. Una giustizia non la fa l’uomo. Per noi sacerdoti è una croce da portare con gioia”.
Questa è la testimonianza che abbiamo raccolto da Abba Giovanni.
Relazione
Italia 25/07/2008 - Ethiopia 18 Luglio 2000
Ciao Nunzia, oggi sono stata da sister Zachi (Jacquie). Mi ha accompagnata Nena, che ormai sembra una del posto. Siamo andate a piedi tra la gente e la polvere sollevata dai camion strombazzanti. Tutti la conoscono, per strada, e la salutano con cordialità. Sta imparando l’amarico. Sai che per arrivare alla casa di Foucolt si passa per lo slam-bhe! Non ti dico-i più poveri dei poveri sono li tra la spazzatura e un rigagnolo di acqua sporca, dove qualcuno lava anche i suoi preziosi indumenti. Alcuni bambini da sotto il ponte ci gridano -you! you! You! Ciao!-. arriviamo alla casa delle sister di Foucolt. Sister zachi ci aspetta sorridente, ci accoglie nella cucina nel retro del cortile. Le chiedo come va con i poveri della baraccopoli. Dice che da quando ci sono medici senza frontiere loro sono più alleggerite, perché oltre a curare danno anche coperte, sapone ed olio. Ma poi andranno via! Parliamo poi della situazione generale delle donne che usufruiscono del progetto per il microcredito. Sister dice che ha preso in mano la situazione da pochi mesi e quindi non può riferirmi dettagliatamente. Ha trovato molti problemi quando è entrata e “quello che è perso ormai è perso”. Come tu già sai, la situazione generale qui a shashemane non è delle più rosee, anche se il peggio è ormai passato. Le donne che usufruiscono del microcredito sono 23 di cui 16 hanno già pagato. Quelle che non hanno restituito il debito e i cui mariti lavorano per padre silvio l’hanno potuto scalare dal loro salario mensile. Chiedo a sister zachi se almeno qualche donna del “Progetto” in qualche modo è riuscita ad ampliare la sua base economica. Se il margine di profitto dei manufatti le ha permesso loro di far fronte alle imprevedibili necessità della loro vita. Sister mi dice che ci sono tre gruppi: quelli che migliorano sempre e che sono a metà del percorso, tra queste sono da sottolineare Shetaye e Desti. Shetaye è molto responsabile, attenta e laboriosa, ha coinvolto nei lavori anche il marito e altre cose, anche se di poco, migliorano. Un altro gruppo di donne invece non migliora per niente, ma c’è sempre un motivo. Qualcuna, ad esempio, ha preso 1000 birr per comprare 4 pecore, ma le sono morte tutte di malattia. Un’altra aveva fatto la casa, ma il governo doveva far passare di li la strada e dopo averle preso i soldi per il plan, ne pretendeva ancora altri, 1600 birr, per un nuovo plan. Risultato? La casa gliel’hanno buttata giù! E loro ormai i soldi non li avevano più! (certo che il governo qui non fa molto per i poveri!!!). non è finita qui, ad un’altra donna del progetto è caduto il marito dall’asino, l’ha dovuto tenere in ospedale. Finito tutto!! –la vita di qualcuna forse migliora, ma molto, molto lentamente. Quattro donne si sono ammalate, sono andate all’ospedale, hanno dovuto pagare tutto, medicine, tutto!! Il lavoro poi dei forni è molto rallentato, perché i pressi della materia prima sono saliti alle stelle. “La gente per ora non compra i forni, come fa?” dice sister zachi. Vendono persino i propri vestiti per poter mangiare, ma speriamo che ora cominci a migliorare. Qualche donna poi non ha la capacità di gestire il denaro, non ne ha colpa è perché non ci sta con la testa. Io trovo che sister zachi sia eccezionale. Si da molto da fare per i poveri di foucolt per le donne del progetto e per l’atelier della sposa. Si lamenta un po’ di temesgen, forse lui è preso da troppi impegni, dice sempre si, si, si, si, si..e si fa una risata..ma le cose che gli chiedono non le fa. –esempio banale- al guardiano della casa donne occorrevano un ombrello ed una coperta –niente! Le suore hanno dovuto dare il loro ombrello. Mi dice anche che hanno dovuto sospendere la profilassi per la prevenzione, dalle donne veniva una (infermiera?) che insegnava loro l’igiene ed altro ma, per sei mesi non era stata pagata. Sister è dovuta andare da padre silvio per farsi dare i soldi. L’ho rassicurata che riprenderemo questa attività della prevenzione, anzi le ho proposto di allestire una piccola infermeria dove metteremo un lettino, un pronto soccorso e quant’altro. Ne è stata entusiasta. Li si potranno educare le donne a migliorare da molti punti di vista personali femminili. Altra sfida? Ne faremo un centro di Eccellenza, vedrai! In effetti temesgen non c’è quasi mai, lo vedo che è molto impegnato altrove, forse a rophi. Non possiamo contare su di lui neanche noi, per nulla! Padre silvio mi aveva fatto capire che forse avrebbero voluto togliere l’atelier, ma sister zachi dice che, è vero che per un periodo è rimasto tutto fermo, ma data la situazione di emergenza, sfido io! Le ho detto che qualche abito lo può anche prestare gratis se occorre, magari a chi ne ha più bisogno o con un minimo, minimo contributo. E’ d’accordo. Lunedì vedremo insieme il da farsi li all’atelier, c’è bisogno anche di un armadio per gli abiti che comprerò. La responsabile, desti, è una ragazza in gamba, ha studiato, è figlia di due lebbrosi e vuole aiutare le altre a riscattarsi. L’idea di sister zachi è di darle la responsabilità di un piccolo conto in banca da gestire per il progetto donne. Ne dobbiamo poi parlare anche con te e con padre silvio, magari quando verrai ad ottobre, si vedrà. Molte donne del Progetto sono interessate allo studio, hanno voglia di imparare. Lunedì porteremo alla casa una lavagna, così sister zachi potrà fare un po’ di lezione. L’aria si è fatta più fredda! Le tende della cucina, colore azzurro stinto, svolazzano, arrivano sister Mariapia e sister nazarena. Hanno tutte il viso illuminato dal sorriso e da una dolcezza che viene dalla loro forza interiore. Sono sempre più affascinata e sorpresa dal lavoro dei missionari quaggiù. C’è molto da riflettere, non trovi? E’ tardi! Andiamo via, sono molto soddisfatta dell’incontro con sister zachi, penso che lavoreremo bene insieme. La strada del ritorno è lunga e polverosa. Ciao, Pina.
TESTIMONIANZA
SISTER NAZARENA
Sister nazarena è la suora più anziana delle foucolt, ha due occhi azzurri come un pezzo di cielo, il viso sorridente e sereno. E’ di torino, abitava da piccola in una casa accanto a quella di padre silvio, lo chiama -il mio terzo fratello che non ho più-. Mi racconta delle donne di quaggiù, di quanto lavoro facciano e del totale disinteresse degli uomini. La maggior parte sono musulmani e quindi hanno due o tre mogli i più poveri. I più ricchi hanno 4 o 5 mogli e in una famiglia puoi trovare anche 23 persone. A 14 anni le donne bambine si sposano già. L’altro giorno, con sister zachi – mi dice – sono stata in un tukul, a portare delle medicine, che spettacolo! C’erano due mogli, l’una nella parte coperta dal tetto ancora integro, l’altra, nella parte del tetto sfondato. Così nella terra, al freddo e alla pioggia l’una contro l’altra-. Altre volte invece le vedi tornare a sera tardi. Sono andate insieme a vendere la paglia. Eppure qualcosa sta cambiando. Prima le ragazze non studiavano, perciò erano spose bambine. Ora vogliono studiare e l’età da marito si allunga. Anche la scuola sta migliorando, qualcosa si muove. Tempo fa per strada, le ragazze venivano rapite, ce ne era una bellissima, così bella che nella missione le avevano fatto un ritratto, aveva 12 anni, quando un giorno sentirono gridare, era lei che veniva rapita. Ora ha 32 anni ed è già nonna. Ora il governo fa prevenzione per il controllo delle nascite. Mettono nel braccio delle donne uno stent che rilascia gradualmente una sostanza anticoncezionale; altre prendono la pillola o fanno un’iniezione al mese. Però stanno male perché questi sono metodi poco sperimentati. Qualcuna ingrassa troppo, qualcuna dimagrisce, chi ha mal di testa e chi mal di pancia. Et tutto questo, spesso, di nascosto dei mariti! Ciao, a presto.
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