26/08/08

Diario di bordo - Faja - Tikur Whua

Ciao Nunzia...
qui va tutto bene,ci manchi tanto e spesso con P.Silvio ci ritroviamo a raccontargli
di te,delle tue avventure in casa..tra la gente e per l'etiopia.
Ti confermo che Pina e Maddalena ritornano il 18 ma non so di preciso l-ora.
Perche' non ci telefoni?cosi sara' tutto piu' chiaro e semplice.
Il centro donne sta andando alla grande e Pina e' un vulcano di idee.Scrivera' presto una relazione dettagliata sul lavoro che sta svolgendo.
In questi giorni si sta anche dedicando a casa famiglia che era veramente uno schifo..ha ricomprato ogni cosa...scrivera' anche per c.f. una relazione.P.Silvio dice che mettere un ' altra donna sarebbe la stessa cosa e che bisogna educare quelle che gia ci sono.Vicky e Marina si occuperanno della cosa.
I nuovi bambini da far adottare aumentano sempre di piu'.
Stiamo preparando il video per Natale,i pacchettini per capodanno, pagelle con foto e Limat con Roberto hanno trovato un modo per averle tutte su Acces.
Chiamaci!!!Cosi ti raccontiamo tutto..internet fa brutti scherzi.
Ti Abbracciamo fortissimo tutti

N.B. Fasil fa il triste e dice che gli manchi.Piu' volte gli ho detto che tu lo vuoi felice e sorridente e che racconti di lui a tutti. Quando si riprende diventa il boss della casa!! :-) Zito Maria M.!


Oggi siamo a Tikur Wuha. Abba Jaquès e Tariku sono i nostri accompagnatori.
Ci inoltriamo su per la strada polverosa tra bambini e caprette spaventate. Arriviamo in una radura, davanti a noi si presenta uno spettacolo incredibile. Il lago di Awasa in tutta la sua maestosa bellezza. E’ incorniciato da alte montagne blu. Una fitta vegetazione acquatica si estende tra i meandri della riva. Tariku ha chiamato i bambini che sono accorsi a frotte. Poverissimi e bellissimi. I più grandicelli corrono con i fratellini aggrappati alle gracili spalle. Vicky e Marina hanno portato la borsa da lavoro e si sono date da fare con i più malconci. Puliscono orecchie, medicano piccole ferite. Ad un bambino hanno bendato un occhio, era gonfio e pieno di pus. Maria e Roberto fanno le foto per gli sponsor. Io prendo nota. La scuola è chiusa ma gran parte dei bambini sono tutti qui. Curiosi e sorridenti nella loro povertà. A piedi nudi, non curanti delle pozzanghere, del fango e degli insetti che ci hanno assaliti. Sono rapita dalla vita che il lago sembra offrire. Così, in una scena quasi irreale. Un cavallo bianco solitario bruca l’erba nuova, dal lago sale il canto delle donne che lavano i vestiti a riva nelle pozze di acqua più bassa. Sulla riva opposta tra gli acquitrini anatre selvatiche spiccano il volo, mentre mucche e caprette sonnecchiano seminascoste dai fitti cespugli colorati. E’ incredibile quanto la natura sia stata generosa con questa terra. Tanta bellezza stride con tanta povertà. Ma forse sarà proprio per questo che lo spettacolo che ti offre l’Africa è struggente, in tutti i suoi molteplici aspetti. Sarà opportuno ritornare qui a Tikur Wuha perché non tutti i bambini sono presenti oggi. Abba Jaquès batte il tempo, i bambini non vorrebbero farci andar via, non si stancherebbero mai di farsi fotografare, accarezzare e coccolare. E’ facile creare legami con loro. Il clacson impaziente di Abba Jaquès ha spaventato uno stormo di uccelli coloratissimi che si rincorrevano canterini. Dobbiamo andare. Lo sguardo corre distratto qua e là. Ti sembra di aver visto tutto della povertà ma non è cosi, dietro ad ogni angolo di strada c’è sempre il peggio.
A presto.
I tuoi gattini impulciati.



Faja 30 luglio 2008

Faja

Stamattina piove, andiamo a Faja con Abba Jaquès. La strada verso il villaggio si snoda tra viottoli di campagna pieni di buche colme d’acqua. Ai margini lo sguardo si perde in immense distese verdi. Lontano colline grigio-azzurre nella leggera nebbiolina del mattino. I campi sono quadrettati da alti e sottili cactus verde-giallo, cosi qualche tukùl e qualche baracca di fango e sterco. Si passa dal verde scuro di giganteschi alberi e dal verde chiaro del rigoglioso mais, al verde tenero di qualche ciuffo d’erba che spunta dalla terra arata di fresco. Lungo i fossati fiori gialli selvatici. Improvvisamente davanti alla toyota di Abba Jaquès, ovvero abba chiatto (così ribattezzato da noi) sfrecciano veloci uccelli coloratissimi, disegnano nel cielo leggeri arabeschi. Lungo gli stretti sentieri, ai lati della strada, uomini avvolti in lunghe coperte colorate, a piedi scalzi nel fango fanno avanzare mucche smagrite e buoi sotto il peso del giogo. Al rumore della toyota che strombazza alle capre e ai bambini che attraversano la strada si affacciano dai tukùl donne e bambini che ci rincorrono speranzosi. Abbiamo impiegato circa un’ora per arrivare al villaggio. Un grande spazio con delle casupole sistemate a corte, sembra proprio una piazza, un bimbo di forse un anno, gattona tra la polvere e gli escrementi – Chissà perché la povertà ha sempre la stessa faccia e lo stesso colore della terra bruna -. La vedi nei volti dei vecchi solcati dalle rughe antiche come questa terra, negli occhi meravigliati dei bambini e nelle giovani donne sgomenti e tristi. Siamo qui per una ricognizione sullo stato della scuola e della chiesa. La scuola si trova in uno spazio circondato da un filo spinato, è poco più che una baracca, anche se in muratura. Le classi sono due, è una scuola primaria. Ognuna di esse è fatta per accogliere dai 60 agli 80 bambini. Il tetto, altissimo, è sorretto da tronchi di legno sovrastati da lamiere. Da qualche parte si infiltra l’acqua. Il pavimento è in cemento, le panche, attorno ai tavoli da otto, sono alquanto sgangherate. Alla parete di fronte, una vecchia lavagna e qualche cartellone ingiallito. L’ufficio del “direttore” è una stanzetta con un tavolo e uno scaffale per i documenti. L’acqua non c’è, la portano una volta alla settimana, con le botti. Bisognerebbe installare dei serbatoi, forse questa è una priorità assoluta. Fuori nel prato, i bambini e le donne ci aspettano incuriositi. È arrivato anche un operatore di medici senza frontiere, anche qui loro si danno molto da fare. Un bimbo ha in mano un gioco, è una rudimentale trottolina di legno che fa girare velocemente con lo scocco di una piccola asticella con una fune in cima. Mi ricorda i giochi dei poveri di 100 anni fa. Il bimbo è abilissimo in questo gioco, e mostra volentieri la sua bravura. Anche qui sono quasi tutti a piedi nudi nel fango. Continua a piovere, ma sembra che loro non se ne accorgano. Noi siamo ben coperti, troppo – direi! - . Tariku e Abba Jaques ci accompagnano verso la chiesa. Anche qui il paesaggio è in netto contrasto con quello che vedremo poi all’interno. Tutto intorno dalie sfolgoranti di giallo e di rosso fanno da cornice alla piccola chiesa di S. Luca. Forse neanche agli albori della cristianità le chiese erano così povere e così prive di tutto. L’altare è una stamberga di tavolo con sopra un vecchissimo messale e un quaderno che lo completa con delle pagine mancanti. Dal tetto di lamiera ci piove. I banchi sono disposti solo su di una fila e sono quelli della scuola. Il pavimento è in cemento grigio. Le pareti nude. Solo dietro l’altare una piccola immagine sacra. Qui manca proprio tutto. Bisogna ricostruire la chiesa. Abba Jaquès ha fretta. Partiamo lasciandoci dietro i bambini che ci rincorrono. A pranzo ne parliamo con Padre Silvio, lui dice che si deve dar da fare la gente del posto per ricostruire la chiesa e la scuola. Siamo d’accordo con lui, ma crediamo che ci vorrebbe qualcuno che li diriga!!!... Forse Abba Jaquès? A proposito, aspettiamo da lui l’elenco dettagliato delle cose che occorrono a Faja. Tutto praticamente. Mi viene in mente una frase di Antoine de Saint Exupery: “Se vuoi costruire una nave non radunare gli uomini per raccogliere il legno e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare aperto e infinito”.

Ciao, a presto.

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